Associazione Vittime della caccia

organizzazione di volontariato senza fine di lucro ai sensi della Legge 266-91

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Ambiente

Libera Caccia sostiene l'energia nucleare

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Libera Caccia:«Energia nucleare, motore di sviluppo economico»

15 giugno 2010PIOMBINO. Buona presenza di pubblico per la conferenza dal titolo "Energia nucleare per la rinascita dell'economia italiana", organizzata dall'Associazione libera caccia all'hotel Centrale. A dare il via all'incontro Alessandro Fulcheris, consigliere comunale Pdl, ma in questo caso in qualità di segretario regionale dell'Associazione.

Fulcheris ha presentato i due relatori, Ugo Spezia, ingegnere nucleare e Franco Battaglia, docente di chimica ambientale all'università di Modena. Secondo Spezia, sull'energia nucleare «vengono spesso diffuse autentiche bufale - ha esordito - che hanno il solo scopo di creare il panico. Le centrali nucleari - ha proseguito - ridurranno l'impatto ambientale evitando l'emissione di miliardi di tonnellate di fumi in atmosfera».  «Ovunque sono in funzione le centrali nucleari - ha spiegato Spezia - sono stati creati dei siti di stoccaggio senza dare problemi. In più gran parte del combustibile che viene estratto dal reattore (il 97%) viene poi riutilizzato come nuovo combustibile».  Battaglia ha parlato «dell'inutilità, anzi della dannosità, delle così dette energie alternative. Dannose per le nostre tasche e per l'ambiente, perché oltre ad essere improduttive risulteranno un grave costo per la comunità per l'istallazione e al momento dello smantellamento, mentre il nucleare oltre ad essere molto meno costoso, è efficiente e duraturo. Una centrale nucleare di 1000 MWh ha un costo di 4 miliardi di euro - ha sottolineato Battaglia - ed una durata media di 60 anni circa. Il costo complessivo viene ripagato in 8 - 10 anni e per il resto della sua attività produrrà benefici per la comunità fornendo energia con potenza costante a costi bassissimi».  «Grande soddisfazione - ha detto Fulcheris concludendo - aver contribuito ad informare. Mi preme smentire una delle tante false notizie secondo cui il nucleare fornirebbe solo il 3% di energia al mondo: ne fornisce il doppio, il 6%».

di Francesco Rossi

Fonte: Il Tirreno


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I rischi per la salute nel mangiare selvaggina

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La selvaggina, è vero, non a tutti piace: a qualcuno per questioni etiche; a qualcun altro per il sapore. Nonostante ciò sono ancora molti quelli che la consumano e, proprio queste persone, corrono un rischio in più: quello di avvelenamento da piombo.

L’avvelenamento da piombo (detto anche Saturnismo), lo ricordiamo, si manifesta con diversi e pericolosi sintomi. Tra questi vi sono: anemia emolitica, ittero, convulsioni, ipertensione cerebrale, edema cerebrale (e anche la morte), disturbi gengivali, alterazioni cognitive, danni gravi ai reni, dolore addominale, nausea, vomito, stipsi, elevata incidenza di mortalità neonatale, infertilità nella donna, anomalie spermatiche e oligospermia nell’uomo, ipertensione, astenia, debolezza, stanchezza, paresi del radiale, encefalopatia da piombo (in particolare nei bambini), cefalea, amnesia… Insomma, una bella compagnia.

L’allarme piombo nella carne arriva da un team di ricercatori britannici e spagnoli che hanno pubblicato i risultati di uno studio sulla rivista “PLos ONE”.
Secondo gli scienziati consumare carne di selvaggina cacciata con munizioni che ancora contengono piombo espone al rischio di avvelenamento.
Il team, composto da scienziati del Wildfowl & Wetlands Trust (WWT) e dell’Istituto di Ricerca sulle Risorse Cinegetiche (IREC), ha scoperto che in alcune carni di selvaggina cucinate il contenuto di piombo superava i limiti massimi imposti dall’Unione Europea.
«A seconda della specie e il tipo di ricetta utilizzata, tra il 20 e l’87,5% dei campioni analizzati ha superato il livello massimo di piombo fissato dalla UE nelle carni di animali di allevamento di 100 parti per miliardo (0,1 mg / kg di peso fresco di carne)», ha commentato il dottor Rafael Mateo, co-autore dello studio.
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È POLEMICA NEL LODIGIANO PER IL DIVIETO DI PASSEGGIARE SUGLI ARGINI

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l transito sulle sommità delle difese spondali (comunemente detti “argini”) è attualmente materia di dibattito fra la Regione Lombardia, l’Aipo (l’agenzia interregionale per il fiume Po) e gli enti locali. Tutto è cominciato qualche settimana fa, quando a Corno Giovine (LO) è stato vietato di transitare sull’argine ad alcuni ciclisti. Di lì l’alzata di scudi da parte dei vertici regionali della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta), che rappresenta oltre 13 mila soci in Italia. Ma non si è fatto attendere neppure il coro di “NO” dei sindaci della Bassa, che hanno partecipato a un incontro con Aipo e Regione. “Ritengo che l’utilizzo degli argini del Po debba essere regolamentato, però in modo snello e senza particolari problemi per pedoni e ciclisti - ha dichiarato Paolo Belloni, sindaco di Corno Giovine, a Il Giorno Milano - Si sta andando invece nella direzione opposta”. “Nella riunione dei giorni scorsi - ha proseguito Belloni - ci è stato prospettato un regolamento macchinoso e a tratti incomprensibile. Si darebbero permessi nominativi a cacciatori, pescatori e agricoltori. Ma così rimarrebbe scoperta tutta la fascia dei cicloturisti della domenica. Occorre trovare una soluzione che garantisca la sicurezza senza penalizzare tutta la popolazione”. Insomma, sembra che l’accessibilità sugli argini e lungo i corsi d’acqua non sia ancora perfettamente normata, e le sanzioni previste non sarebbero per nulla leggere. “Si arriva anche a 400 euro - ha specificato Francesco Premoli, sindaco di Senna Lodigiana - e se qualcuno danneggia stanghe o cartelli si va nel penale”. Gli fa eco Piero Luigi Bianchi, sindaco di Caselle Landi, che parla addirittura di “doccia fredda”: “Esprimo sconcerto - ha esordito Bianchi - Negli ultimi anni il tema della valorizzazione del fiume e delle aree di golena è diventato un elemento di stimolo per noi e possibile fonte di sviluppo economico”. Staremo a vedere, anche perché gli animi non accennano a placarsi e c’è già chi chiede come sia possibile che, “pagando, spariscano tutti i problemi di sicurezza”.
A.B.

Fonte : La Dea della Caccia


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Relazione sull'impatto ambientale del piombo

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Valutazione di impatto ambientale di un anno di caccia in Italia
Dr.. Massimo Tettamanti, chimico ambientale.
La valutazione di impatto ambientale è ormai diventata una metodologia diffusa
nell'ambiente scientifico, riconosciuta a livello giuridico e supportata a livello sociale.
In questa presentazione è stato analizzato l'impatto ambientale di un anno di caccia in
Italia utilizzando la metodologia denominata Life Cycle Assessment (LCA) definita come:
"un procedimento oggettivo di valutazione dei carichi energetici ed ambientali relativi ad
un processo o un'attività, effettuato attraverso l'identificazione dell'energia e dei materiali
usati e dei rifiuti rilasciati nell'ambiente. La Valutazione include l'intero ciclo di vita del
processo o attività, comprendendo l'estrazione ed il trattamento delle materie prime, la
fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l'uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento
finale".
La LCA è l'unico strumento, per il raggiungimento dei suddetti obiettivi ambientali, che
possieda un riconoscimento scientifico tale da essere inserito all'interno di numerose
normative o Il Regolamento europeo EMAS (Environment Management and Audit Scheme)
e la Norma ISO 14001 (norma quadro sull'Environmental Management System)
definiscono la LCA come strumento scientificamente adatto per l'identificazione degli
aspetti ambientali significativi.
Il Regolamento CEE N. 880/92 (concernente un sistema comunitario di assegnazione di
un marchio di qualità ecologica) e il Regolamento Ecolabel (Norma ISO 14024,
riguardante l'etichettatura ecologica) propongono la LCA come unico strumento con il
grado di scientificità necessario per garantire la veridicità dei marchi e delle dichiarazioni
ambientali di prodotto.
Il "Decreto Ronchi" ha inserito a livello normativo, per la prima volta in Italia, la richiesta
esplicita dell'analisi del ciclo di vita per l'esecuzione dei piani di smaltimento dei rifiuti.
Quando si parla di impatto ambientale della caccia normalmente si pensa ai danni alla
salute umana causati dal piombo, metallo tossico altamente cancerogeno, e al suo
accumulo sul fondo dei laghi, stagni e acquitrini, *che provoca negli animali il
saturnismo, una grave intossicazione, pericolosa per gli animali e per chi se ne ciba.*
Un'analisi di impatto ambientale invece, anche quando vuole analizzare un caso
abbastanza semplice è sempre un procedimento notevolmente complesso.
Le categorie di danno considerate in questo studio sono quelle connesse:
o alla salute umana;
o alla qualità degli ecosistemi;
o alle risorse.
Per quantificare il numero di cartucce utilizzate in un anno, e il successivo impatto
ambientale, sono state effettuate le seguenti ipotesi:
1) Numero di cacciatori in Italia: 700.000.
2) Numero di giornate di caccia in un anno: 74 (solo domeniche: 24).
3) Ogni cacciatore caccia solo in una giornata permessa ogni tre.
4) Ogni cacciatore raccoglie il bossolo e non lo abbandona nell'ambiente di caccia ma lo
butta nell'apposito raccoglitore di rifiuti.
5) Ogni cacciatore spara un solo colpo ogni giornata di caccia.
6) I pallini di piombo non finiscono mai sul fondo di laghi o acquitrini. Non viene quindi
considerato il problema dell'accumulo di pallini di piombo sul fondo dei laghi, stagni e
acquitrini.
7) Il bossolo può essere composto da diversi materiali : dato che solitamente si utilizza il
Polietilene, è stato considerato un impatto medio di tutti gli impianti di polimerizzazione
di cui erano disponibili dati.
8) Come metallo per il rivestimento della parte inferiore del bossolo è stato considerato il
lamierino di ferro.
Queste ipotesi non pretendono di descrivere l'attuale situazione della caccia in Italia ma
solo di descrivere il sistema considerato.
I risultati finali variano molto in funzione dell'approccio utilizzato e delle ipotesi di
partenza.
Per quanto riguarda l'approccio iniziale, i risultati indicano che l'impatto ambientale
corrisponde allo smaltimento in discarica di tutti i rifiuti di un piccolo comune (nel caso
minimo) o di una grossa provincia (nel caso massimo).
In tutti i casi, si tratta di impatti significativi considerando che sono stati calcolati con
ipotesi di partenza molto limitate.
Se cambiano le ipotesi di partenza analizzando l'impatto dovuto a cacciatori che non
vanno a caccia un giorno solo, ma magari la domenica e un altro giorno, e non sparano
un singolo colpo ma ad esempio cinque, l'impatto aumenta drasticamente e
proporzionalmente.
Anche considerando il caso di impatto minore, i risultati sarebbero confrontabili con lo
smaltimento in discarica di tutti i rifiuti prodotti da una grossa provincia italiana senza
quelle metodiche di riutilizzo, recupero di materia e recupero energetico dai rifiuti che
sono obbligatori per legge (Decreto Ronchi).
Un impatto che verrebbe considerato insostenibile dall'opinione pubblica.
Cambiando ancora scenario e valutando l'impatto che si potrebbe avere seguendo i limiti
legislativi ma sfruttando tutte le giornate a disposizione della caccia, si ottengono valori
di impatto ambientale insostenibili.
In altre parole, la legge permette un'attività venatoria che potrebbe, anche rimanendo nei
limiti imposti, creare un impatto ambientale annuale paragonabile allo smaltimento
diretto in discarica di tutti i rifiuti prodotti in un anno dalla regione a maggior carico di
rifiuti, la Lombardia, e al contemporaneo smaltimento nell'ambiente di circa 500.000
batterie d'auto.
Entrambi gli impatti citati, smaltimento diretto in discarica di rifiuti e smaltimento
nell'ambiente delle batterie d'auto sono vietati per legge.
In particolare la Legge 475/88 stabilisce che "È obbligatoria la raccolta e lo smaltimento
mediante riciclaggio delle batterie al piombo esauste" mentre la diffusione diretta del
piombo nei boschi a causa della caccia è ammessa e finanziata a livello statale.
Anche senza considerare gli effetti dovuti al saturnismo e all'uccisione diretta di esseri
umani, impatti definibili "danni collaterali" della caccia, l'impatto ambientale permesso
dall'attuale normativa è assolutamente insostenibile.
Dr. Massimo Tettamanti.
I presenti scritti sono coperti da copyright © e sono utilizzabili integralmente o in parte soltanto citandone l’autore e il contesto del
primo Convegno nazionale dell’Associazione Vittime della Caccia del 22 febbraio 2008 a Roma, per cui sono stati prodotti. Ogni
uso improprio è perseguito a noma di legge.


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Allarme Onu sparirà un terzo degli animali

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DAL CORRISPONDENTE DA NEW YORK
La popolazione umana raddoppia ma gli animali diminuiscono di un terzo, per effetto di un degrado dell’ambiente che va dalla deforestazione dell’Amazzonia alla diminuzione dell’acqua dolce nei laghi fino al collasso degli ecosistemi delle barriere coralline: è questa la tesi contenuta nell’ultimo rapporto dell’Onu sulla biodiversità destinato ad essere la base dell’agenda del summit internazionale in programma a Nagoya, in Giappone, nel mese di ottobre.

«Per affrontare le cause della perdita di biodiversità - scrive il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon nell’introduzione al rapporto - bisogna dare maggiore priorità alla sua tutela quando si adottano decisioni in tutti i settori della vita economica». La diminuzione di forme di vita di flora e fauna viene infatti indicata dal «Global Biodiversity Outlook 3» come il risultato di cinque processi convergenti: l’aumento di popolazione che porterà nel 2050 il Pianeta ad avere almeno 9 miliardi di abitanti, il sovrasfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento dell’atmosfera causato dalle emissioni di gas nocivi, lo spostamento di specie dai luoghi tradizionali e l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Flora e fauna si trovano all’incrocio di questi fenomeni, pagando un prezzo molto alto. «Stiamo perdendo biodiversità ad un ritmo mai visto nella Storia, il tasso di estinzione di specie è mille volte più alto del normale» afferma Ahmed Djoghlaf, segretario esecutivo della Convenzione sulla diversità biologica che è in corso a Nairobi, in Kenya.
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