Associazione Vittime della caccia

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NUTRIE -Metoditi incruenti contenimento-dott.ssa C.Marchetti

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DOSSIER©VITTIME CACCIA 2016/2017

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ATTI DELLA CONFERENZA STAMPA DELL’8 FEBBRAIO 2017, Montecitorio, Roma

FAUNA SELVATICA E CONVIVENZA SOSTENIBILE - GESTIONE SCIENTIFICA DELLA NUTRIA

Relazione della dott.ssa Cristina Marchetti per l'Associazione Vittime della caccia

La Nutria (Myocastor coypus) è un roditore semiacquatico originario della sub-regione patagonica del Sud America e delle aree temperate del Cile e dell’Argentina. La Nutria è naturalizzata in variezone del globo nelle quali è stata introdotta all’inizio del 1900 e allevata essenzialmente per laproduzione di pellicce. Con la chiusura delle attività che si basavano sullo sfruttamento dellecarcasse di questi animali, i soggetti sopravvissuti e presenti negli allevamenti al momento della dismissione, sono stati liberati nell’ambiente circostante e qui la Nutria si è perfettamente integrata,circostanza dimostrata dal fatto che è stata in grado di espletare le attività comportamentali proprie della specie colonizzando vasti territori adiacenti ai corsi d’acqua naturali o artificiali.

In Italia, recenti modifiche normative hanno escluso la Nutria dal regime di protezione delle specie selvatiche e quindi da una parte delle tutele prevista dalla legge 157/92. Tuttavia, la loro gestione recentemente è stata riportata ai sensi dell'art. 19 della citata legge sulla protezione della faunaselvatica: l'articolo obbliga all'utilizzo prioritario delle metodologie ecologiche - proposte e valutatedall'ISPRA - e solo dopo averne dimostrato l'inefficacia, è possibile procedere ad abbattimenti adopera di figure specifiche.

In Italia il quadro rimane piuttosto frammentato tra le diverse realtàterritoriali, tuttavia il controllo della Nutria si effettua generalmente ignorando la legge 157/92 art.19, e quindi con abbattimenti, esercitati senza alcun criterio scientifico, senza pianificazione, senzaobbligatoria e preventiva applicazione dei metodi ecologici i quali, a loro volta, appaiono nonsufficientemente studiati.

Per affrontare in modo opportuno la gestione della Nutria è indispensabilesia disporre di conoscenze fisiologiche ed etologiche della specie, sia impostare un approcciomoderno alla fauna selvatica, quello della gestione scientifica e multidisciplinare che consente dileggere il fenomeno “Nutria” in un’ottica ecologica globale nell’ambito, principalmente, del territorio della Pianura Padana, il quale si è man mano allontanato dagli equilibri tipici di un ecosistema oggi agonizzante. La letteratura scientifica raccolta in una pubblicazione (Marchetti C.et al 2015) documenta in maniera scientifica i motivi per i quali è da ritenere impraticabilel’eradicazione dellaNutria condotta per mezzo degli abbattimenti. I detrattori degli abbattimentisostengono che le popolazioni di Nutria non accennano a ridursi e le conoscenze scientifiche danno
una spiegazione esaustiva e facilmente comprensibile al fenomeno.

Innanzitutto giova ricordare chele Amministrazioni non effettuano stime della densità delle popolazioni, ma di volta in voltaesibiscono numeri che non hanno supporto scientifico ma, con ogni probabilità, riflettonosemplicemente un’impressione o un atteggiamento psicologico, lo stesso che porta ad attribuire allaNutria anche scavi che non possono in alcun modo essere ricondotti alla specie in oggetto. Lapratica degli abbattimenti rappresenta una soluzione a breve termine in quanto i territori diventatiliberi vengono ricolonizzati in breve tempo da altri individui. Le Nutrie nuove arrivate scavano ecostruiscono tane negli stessi posti dei loro predecessori. Koike F. et al. (2006) spiegano che ci sonotre condizioni in cui è possibile prospettare l’eradicazione di una determinata specie da un territorio,
queste si realizzano quando:

- l’intervento avviene in stadi molto precoci dell’invasione e su un areale molto piccolo;
- quando il territorio da trattare ha un ben definito limite geografico come un’isola;
- quando la specie da eliminare ha strette esigenze di habitat.

Dunque appare ovvio che il contenimento del numero di individui deve essere basato sulla conoscenza delle esigenze di habitat in quanto sono note le modalità che la Nutria pone in essere al fine di aumentare la propria prolificità in funzione della disponibilità di ambiente e risorse trofiche; per chi volesse conoscerle nei dettagli si rimanda alla pubblicazione già citata (Marchetti C. et al. 2015).

Parlando di Nutria l’ambiente a cui si fa riferimento è quello dei canali con le loro sponde in cui la Nutria scava la sua tana. E’ necessario a questo punto sapere che la Nutria scava tane comunemente in argini con pendenza dai 45° ai 90°. La tana assolve una duplice funzione: da un lato è rifugio contro i predatori, dall’altro protegge dal clima rigido, infatti, all’interno della tana la temperatura rimane costante a 8-10°C. I canali e le sponde sono realizzati in sedimenti generalmente molto fini, il cui angolo di riposo è molto basso (< 30°), instabili ipso facto. Inoltre la periodica messa in asciutta aumenta la tendenza al franamento poiché l’argilla subisce variazioni fino al 40% in volume nei processi di idratazione e disidratazione. Altri fattori che impattano sulla stabilità degli argini sono il passaggio frequente, su capezzagne o strade arginali, di mezzi pesanti (trattori, mietitrebbie e altri mezzi agricoli; camion, automobili), gli sfalci e la distruzione degli arbusteti e delle alberature e i cambiamenti climatici in atto. E’ più verosimile attribuire a tali sfalci la responsabilità della distruzione di nidi e di uova di uccelli piuttosto che ad una estremamente improbabile azione delle Nutrie. Assieme agli sfalci, la semplificazione degli habitat e la conseguente assenza di nicchie ecologiche riduce infatti il numero di specie animali creando disequilibri e problemi di aumento numerico per alcune a discapito di altre.

La Nutria è oggetto di abbattimento, non sempre autorizzato quantomeno nei metodi, soprattutto nell’ambito della Pianura Padana. La Pianura Padana è una pianura alluvionale formata dai fiumi Po e Reno; essa un tempo era ricoperta di foreste nella sua parte più umida (bassa pianura) e da brughiere nella sua parte più arida (alta pianura), con zone paludose abbondanti nell’area deltizia. Oggi, in conseguenza dell’antropizzazione spinta e della necessità di suolo per le attività umane, pochissimo rimane di quell’ambiente originario, ricco serbatoio di biodiversità. Oltre il 70% della Pianura Padana è sfruttato per l’agricoltura e la zootecnia e risente pesantemente degli impatti negativi di queste attività intensive; inoltre, le progressive bonifiche del territorio hanno portato ad una regimazione pressoché totale delle acque e alla scomparsa di molte tipologie di ambienti naturali un tempo presenti (paludi salmastre e di acqua dolce, boschi igrofili, foreste planiziali, ecc..).

La necessità di drenaggio delle acque, utilizzate anche per scopi irrigui, ha portato all’utilizzo di una fitta rete di canali e scoli che si estende come una ragnatela sull’intero territorio padano. Questi canali, di concezione tardo-ottocentesca, sono costruiti, utilizzati e gestiti come semplici tubi collettori e questo ha portato ad una serie di gravi scompensi ambientali e problematiche ecologiche. Gli alvei sono escavati con semplici sezioni trapeziodali le cui sponde sono caratterizzate da inclinazione elevata (sempre > di 45°); la vegetazione riparia è minima e viene regolarmente sfalciata per favorire i deflussi. In molte aree rurali gli scolmatori delle acque reflue arrivano direttamente nel sistema idrico; allo stesso modo, nei canali si raccolgono le acque di scolo dei campi con il loro carico di nutrienti e composti chimici derivati dalle attività agricole. La gestione dei Consorzi di bonifica prevede la messa in asciutta periodica dei canali nei periodi autunno-invernali, con conseguenti danni per gli ecositemi acquatici e mancata diluizione degli scarichi. Le dirette conseguenze di questa situazione sono state una progressiva diminuzione degli habitat e della biodiversità, in cui l’arrivo della Nutria e delle altre IAS è solo l’ultimo dei fattori. I canali oggi abitati dalla Nutria si sono presentati al suo arrivo come luoghi caratterizzati da estrema semplificazione degli habitat e scarsissima resilienza, privi della quantità e diversificazione di specie che avrebbero certamente contribuito al suo contenimento.

Gli impatti negativi della presenza della Nutria sugli ecosistemi si inseriscono di fatto su una base già compromessa in cui gli spazi naturali sono ridotti al minimo, le coltivazioni praticate spesso fin sul ciglio dei canali e la distruzione delle essenze vegetali realizzata in modo sistematico a servizio della ricerca della massima resa agricola. Il contenimento numerico del Myocastor coypus studiato dal nostro gruppo è basato principalmente su interventi all’ambiente e, in casi particolari/funzionali, direttamente sugli animali (sterilizzazione chirurgica, immunocontraccezione, feromoni). Gli interventi diretti all’ambiente consistono nella riqualificazione geomorfologica ed ecologica dei canali irrigui e di scolo e nell’inserimento di reti metalliche a maglia fitta in uno scavo realizzato nel terrapieno parallelamente al corso d’acqua, nei casi in cui l’intervento di rimodellamento del canale non è praticabile.

Gli interventi sugli animali rivestono un ruolo funzionale e marginale e comprendono la sterilizzazione chirurgica (gonadectomia e/o ovarioisterectomia), immunocontraccezione e utilizzo di feromoni distribuiti sul territorio. Non è noto se chi promette una eradicazione della specie sia aconoscenza o meno della problematica presente nelle aree in cui la Nutria è diffusa e il dubbio viene nel momento in cui, a supporto dei progetti di abbattimento, si menziona il “successo” riportato inUK ignorando che, a parte le considerazioni sul clima, in Inghilterra non esiste un network di canalicome nelle nostre pianure, bensì le realtà idriche sono circoscritte e delimitate. La Pianura Padana è solcata da un’estesa rete di canali e non è confinabile da altre zone in cui pure si segnala la presenzadi questo animale; i canali della Pianura Padana offrono alla Nutria territorio e risorse trofichesostanzialmente infinite, che si traduce nella possibilità di scavare tane utilizzate da riparo dal geloe riparo dai predatori, le volpi, le quali sono anch’esse soggette a piani di abbattimento completando il disastroso quadro della gestione della fauna selvatica e dell’intero ambiente.

Il punto debole del sistema ecologico della Pianura Padana è rappresentato dall’errata conformazione dei corsi d’acqua artificiali creati con gli interventi di bonifica risalenti alla fine del 1800/inizi del 1900 effettuati con le concezioni scientifiche (geologiche) e tecniche disponibili all’epoca e ormai desuete, le operazioni, infatti, erano basate soprattutto sul “lavoro di braccia” umano (a costo bassissimo) mentre oggi si utilizzano macchinari per movimento terra; su questo substrato si sono aggiunte le azioni di disboscamento e sfalcio attuate per ampliare gli spazi a favore delle attività agricole spinte fino al bordo dei canali e, di fatto, responsabili della perdita di specie animali e vegetali e contestuale inquinamento e eutrofizzazione delle acque; parallelamente si verifica il transito di mezzi di massa impensabile nel 1800 sulle strutture arginali, con grave rischio per i lavoratori agricoli a bordo di tali mezzi; nella seconda metà del ‘900 la funesta presenza e gestione delle attività legate alla produzione di pellicce (nello specifico di Castorino) ha estremizzato la già precaria vita dell’ecosistema della Pianura Padana; appare palese quindi il ruolo della Nutria come “voce” di un ambiente altrimenti inascoltato, di una condizione ecologica agonizzante la cui soluzione non è più procrastinabile. Una gestione oculata dovrebbe prendere in considerazione alcuni punti focali che sono:

a) il rimodellamento degli argini. La letteratura scientifica indica che la Nutria non scava le sue tane in argini con inclinazione fino a 30° e l’osservazione diretta di argini così conformati avvalora quanto comunicato dalla letteratura scientifica. Portando gli argini a una tale pendenza e rivegetandoli si ottiene: conformazione stabile degli argini; non saranno necessari ulteriori interventi di ripristino; non saranno necessarie spese per lo sfalcio ma si eseguirà solo una ordinaria minima manutenzione; vegetazione ripariale con vivificazione dell’habitat; transito dei mezzi agricoli lontano dagli argini con conseguente assenza di concausa del crolli degli argini e conseguenti infortuni degli operatori agricoli; fertilizzazioni ferme ad una distanza dal corso d’acqua superiore a quella attuale (attualmente coincide nella maggior parte dei casi con la sommità dell’argine); corridoi ecologici; presenza di predatori naturali della Nutria; ricomparsa di specie animali e vegetali tipici degli habitat fluviali ora scomparsi; assenza di sfalci che causano la distruzione dell’ecosistema; assenza di tane scavate nella terra sostituite da quelle realizzate nel canneto; scarsa protezione dal freddo invernale per le Nutrie che quindi allungano il periodo dell’assenza di nascite dal solo mese di dicembre a tutto il periodo in cui le temperature scendono sotto gli 0°C (la gravidanza della Nutria dura 130 giorni);

b) lo scavo di un fosso al centro della sezione trapezioidale dell’argine fino al livello del letto del canale, inserimento di una semplice rete metallica zincata a maglie strette e ricopertura del fosso.
Tale intervento è indicato per proteggere gli argini che confinano con le strutture della viabilità che non è possibile allontanare dall’argine (anche se un’ottica moderna potrebbe vedere allontanata la strada verso il lato opposto per far spazio a una pista ciclabile): impossibilità per la Nutria (e per tutti gli animali scavatori) di edificare tane;

c) la distribuzione di feromoni sulle sponde e sulle zone limitrofe come soluzione per giardini di proprietà in cui non è possibile modificare la pendenza dell’argine perché verrebbe sottratto spazio ad appezzamenti di piccole estensioni: feromoni di Nutria e/o di Volpe fungono da marcatori ormonali dell’area mimando la presenza di altre famiglie di Nutrie o la presenza di predatori come la Volpe e rappresentano quindi efficaci dissuasori attivi contro la colonizzazione da parte di soggetti di provenienza esterna all’area di trattamento eventualmente alternati per evitare calo dell’efficacia (la produzione di tale prodotto è attualmente in corso di studio);

d) la sterilizzazione chirurgica (gonadectomia e/o ovarioisterectomia): la letteratura in materia riferisce che soggetti resi sterili permettono la staticità del numero di animali su un determinato territorio grazie alle manifestazioni di territorialità verso nuovi individui che intendessero entrare nell’area. Tale intervento è da ritenersi del tutto marginale;

e) l’immunocontraccezione con applicazione di un vaccino già utilizzato con successo in altre specie ma mai applicato nei programmi di gestione numerica della Nutria: sterilizzando con questa metodica ci si aspetta una sterilizzazione di lunga durata con un solo trattamento del 80-90% dei soggetti trattai con costi e rischi di gestione nettamente inferiori rispetto alla sterilizzazione chirurgica. Il metodo, anch’esso da ritenersi del tutto marginale e specifico per realtà circoscritte e ben definite, è in attesa di sperimentazione sulla Nutria in Italia.
Le strategie proposte non sono mai state applicate in Italia in quanto la gestione della specie è stata affrontata negli anni dalle varie Amministrazioni con la pratica degli abbattimenti.

Ad oggi, gli abbattimenti, pur avendo palesemente contribuito ad acutizzare il problema, sono considerati dalle Amministrazioni (Regione, Province e Comuni) come “best practice”.

Le Amministrazioni non dispongono di dati relativi alle consistenze delle popolazioni di Nutria benché questo dato siaimpre scindibile per qualsiasi intervento di contenimento numerico di una popolazione e la metodicasia disponibile in letteratura scientifica (es: Prigioni C. et al. 2003); il dato non viene ritenuto d’interesse dalle Amministrazioni, ma per chi si occupa di gestione della fauna selvatica fondata subasi scientifiche, esso rappresenta il punto di partenza su cui impostare strategie non emozionali mapragmatiche; se la consistenza delle popolazioni degli animali selvatici non fosse definita dallaconsistenza dei carnieri, ma da uno studio puntuale e georeferenziato, è probabile che un team di professionisti competenti (veterinari, biologi, geologi, matematici, ecc) sarebbe in grado di fornire indicazioni appositamente elaborate. Una ricerca di dati sui siti internet delle Regioni fornisceindicazioni quali il numero di Nutrie ufficialmente abbattute che, in Lombardia, sono state, dal 2001al 2011 pari a 900mila; la Regione Emilia Romagna pubblica sul proprio sito il numero di Nutrie ufficialmente abbattute dal 2005 al 2014 che ammonta a 572.106 capi e i danni da Nutriariconosciuti agli agricoltori per l’anno 2014 che ammontano a 4459,78 euro; la Regione Veneto,invece, pubblica a ottobre 2016 la notizia dello stanziamento di 250mila euro per l’eradicazionedella specie, obbiettivo, come spiegato, non ipotizzabile nello specifico contesto. A parte la RegioneEmilia Romagna, quindi, che pubblica dati puntuali, si ha la sensazione che la gestione della Nutriada parte delle altre Regioni sia poco o mal documentata e sostanzialmente priva di basi scientifiche.

(Marchetti C, Cantoni AM, Bracchi PG, Corradi A. 2015 NUTRIA (Myocastor coypus): Anatomia,Fisiologia, Etologia, Patologia. Ricerca di soluzioni sostenibili per il controllo numerico dellapopolazione. Ann. Fac. Medic. Vet. di Parma Vol. XXXII pag. 77-127.
scaricabile al link:
http://www.dipveterinaria.unipr.it/sites/st18/files/allegatiparagrafo/08-01-2015/annali2012.pdf)

Il presente documento è stato prodotto per l’Associazione Vittime della caccia che ne può disporre per i propri fini istituzionali.
Cristina Marchetti DVM PhD
Dipartimento di Scienze Medico Veterinarie UNIPR
Cultore della Materia di Anatomia Patologica Veterinaria e tecniche Necroscopiche
SSD vet/03. Ricerche in atto in Patologia Forense.

 


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