Associazione Vittime della caccia

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Vivisezione e caccia, animalisti sul piede di guerra

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di Elena Romanello

Il movimento animalista ha registrato due pesanti sconfitte nell'ultima settimana sul fronte delle battaglie contro la caccia e la vivisezione: in un caso si tratta di un problema a livello europeo, nell'altro di una questione nazionale.

Il Parlamento europeo, sostenuto da uno schieramento bipartisan a cominciare dalle file dei parlamentari italiani, ha approvato la discussa direttiva 86/609/CEE, che registra un arretramento nelle posizioni sulla sperimentazione animale, nonostante le migliaia di firme raccolte in tutti i Paesi europei.

I punti più discussi prevedono che la cavia può essere vivisezionata di nuovo, che si possono fare anche test da svegli e senza antidolorifici, che si possono usare tranquillamente cani e gatti randagi, che sono autorizzati interventi invasivi su animali per scopi didattici, che sono ammesse procedure come il nuoto forzato o l'isolamento delle cavie, e inoltre si vieta agli Stati membri di adottare misure più rigorose di quelle contenute nella Direttiva stessa, non incentivando quindi l'uso dei metodi sostitutivi, scientificamente soddisfacenti e disponibili.

Le associazioni animaliste hanno già dato battaglie, a cominciare dalla Lav in Italia: «Nel complesso il testo approvato risulta deludente, soprattutto in considerazione dei progressi scientifici, dell'affermarsi dei metodi alternativi all'uso di animali e dell'opinione pubblica espressasi in modo chiaramente contrario alla sperimentazione animale», ha affermato Michela Kuan, biologa, responsabile nazionale Lav, settore Vivisezione, mentre Gianluca Felicetti, presidente Lav ha ricordato: «Ma non sono, ancora, del tutto perse le speranze per i 12 milioni di animali che ogni anno muoiono nei laboratori europei: infatti, a questo punto - spiega Gianluca Felicetti, presidente della LAV- sarà fondamentale che nell'iter di recepimento della Direttiva come Decreto nazionale, il Governo italiano informi la Commissione Europea delle disposizioni nazionali in modo da mantenere i punti positivi già presenti nel Decreto vigente (D.lgs. 116/96) e integrarli con quelli europei.

 

In questo modo sarà possibile vedere, nei fatti, il nostro Paese impegnato concretamente nella tutela del benessere degli animali da laboratorio e a favore di una scienza etica e all'avanguardia.»
A livello locale sulla caccia, invece, il Tar del Piemonte ha respinto il ricorso di varie assciazioni animaliste contro il calendario venatorio approvato dalla Regione che prevedeva un anticipo dell'attività per la caccia di uccelli selvatici. L'Enpa, la Lac (Lega per l'abolizione della caccia), Legambiente, Lipu e Pro natura non si danno per vinti e hanno annunciato di ricorrere al Consiglio di Stato. Il presidente della sezione piemontese della Lac Roberto Piana ha ricordato che «la legge comunitaria 2009 tutela gli uccelli durante il periodo di dipendenza dai genitori e durante il ritorno ai luoghi di nidificazione». Il periodo in questione è dal primo di ottobre, ma i nostri cacciatori piemontesi sono già stati autorizzati dal calendario venatorio regionale. Per il Tar la caccia combatte l'«incremento dei danni alle produzioni agricole causato dall'eccessiva presenza di talune specie avicole e l'assenza di pericoli di estinzione delle stesse desumibile dal piano faunistico-venatorio in corso di approvazione definitiva».
Queste considerazioni non convincono gli ambientalisti, preoccupati per lo sterminio con le doppiette. Roberto Piana ricorda ancora: «Avevamo chiesto alla Regione di rivedere la data, senza successo. Peccato che la Regione disattenda quanto fissato dall'Ispra. Questo elenca le specie a rischio e i periodi in cui non si dovrebbe cacciare, non prima del primo ottobre, e chiude l'attività tra la fine di dicembre e i primi di gennaio. E sia la Regione sia il Tar non hanno tenuto conto di ciò».
Il Piemonte non è l'unica regione dove gli ambientalisti si sono rivolti al Tar: ma le risposte variano del tribunale amministrativo non sono sempre le stesse.

Fonte: www.nuovasocieta.it

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